La Dakar raccontata da Alex Caffi

Quest’intervista ad Alex Caffi l’ho realizzata il 10 gennaio, il giorno dopo circa caffi verifiche.jpgdel loro ritiro. Una chiacchierata in simpatia che lascia capire perfettamente lo spirito di questo grande pilota, con un’esperienza infinita e ancora, una voglia di mettersi in gioco e di correre affrontando nuove avventure. Uno spirito raro, e per questo ancora più bello da apprezzare.

L’intervista parte da una frase che Alex ha detto, la domenica sera, al giorno di riposo, dopo un paio di ore dal verdetto dei commissari che impediva loro di continuare la gara, ad Ellen Lohr, ex pilota, ora giornalista dell’Auto Bild tedesco. Alex ha detto “La Dakar non è una gara, ma un’esperienza di vita” e questa frase mi ha veramente colpito perchè è verissima e rispecchia in poche sillabe una realtà lampante. “Ho riflettuto – racconta Alex Caffi – sinceramente su questa settimana che ho passato qui e dentro di me mi sono accorto che non la stavo vivendo come una gara – al di là del discorso che il nostro obiettivo non era di fare una gara di velocità ma semplicemente portare le macchinine in Perù, questa era l’idea e l’attitudine – ma quando alla fine sei qui, e parlo per me che vivevo queste cose per la prima volta, devo dire che ho vissuto molto di più l’aspetto umano che non quello agonistico, fin dall’inizio. Non l’ho mai sentita come una gara e forse non lo è. Lo è per certi versi quando sei un team ufficiale come mi capita in altre situazioni: allora cambia tutto e devo ammettere che non è neanche più così bella. Ma forse bisogna chiedere agli altri, agli ufficiali cosa ne pensano”, sorride.

Poi ripensa alla leggenda Dakar, a quando lui da piccolo vedeva i piloti partire per l’Africa: “io l’ho sempre vista da ragazzino, quando correvo nel cross ed era il mito. Vedevo i piloti che partivano per questa gara, per la Dakar e la vivevo comecaffi alle tecniche.jpg una grande avventura, emozionante. L’ho sempre vissuta così la Dakar e mi fa piacere aver avuto la possibilità di sperimentarla, questa che per me era la prima, in questa maniera. Ho detto che la Dakar non è una gara ma una esperienza di vita perchè è estattamente così che l’ho vissuta”.

Una volta ti ho sentito dire che tu odi la polvere…non è che hai scelto la gara sbagliata? Alex ridacchia “E’ verissimo, odio la polvere anche quando da ragazzino correvo nel cross ed era una cosa che non sopportavo. Inoltre sono anche un po’ allergico – e sorride – ma quando dovevo andare a correre da piccolo era davvero terribile, e invece qui… dopo tanti anni mi sono trovato meglio di quello che pensavo. Era così tanto tempo che non stavo in mezzo allo sporco e alla polvere..è stato comunque bello ed anche questo rientra nell’aspetto che dicevo prima, il fatto di vivere questa gara in un contesto diverso”. E poi parliamo dei piloti che dormono in camper, che quest’anno non erano pochi : “Un’altra cosa che ho notato è che alcuni cominciano ad organizzarsi con i camper, o magari con l’albergo, però dai, cosa vuol dire? Così finisce tutto quanto…alla Dakar si dorme in tenda, come quelli veri e si soffre se necessario al bivacco, altrimenti si perde tutto”.

Un puro, un vero pilota di altri tempi e per questo gli chiedo il ricordo della notte passata fra le dune, il 7 gennaio: “Ma, sai, nelle dune alla fine…non è stato poi così terribile. Diciamolo sottovoce ma io speravo quasi di restarci dentro perchè era un’esperienza che volevo assolutamente vivere. Devo ammettere che nei 6 giorni di gara non è mancato davvero nulla, le epserienze le ho provate quasi tutte. Stare nelle dune di notte è stato bello, eravamo noi con la nostra macchina e il camion, comunque un gruppetto di persone. Credo che sia ben diverso invece restarci da soli, come può accadere ai motociclisti, perdersi nel deserto penso che sia una delle cose più belle ed emozionanti che ti possano capitare…- ci pensa su, con un pizzico di romanticismo e aggiunge – So che non ho più l’età, so che non dovrei neanche pensarci vista la mia schiena, però mi piacerebbe un sacco farla in moto, magari con un gruppo di amici, in due o tre, aiutandosi un po’.  Ma so che non la farò mai…sono quei sogni che fai e metti lì, nel cassetto..e vivi con questo sogno, per sempre”.

Parliamo dell’ultima tappa, quella in cui vi siete ritirati: “Ma guarda, era una tappa incredibile e come ha detto giustamente Loris non era difficile, era impossibile. Abbiamo visto tantissime vetture e camion dentro, insabbiati e fermi. Le cose difficile vanno bene in una gara, ma quelle impossibili non dovrebbero esserci. Va bene la gara dura, ma così…. Il nostro problema, la nostra aggravante, è che siamo lenti, e partendo ultimi ci troviamo poi con dei solchi profondi nel terreno e le dune diventano impraticabili. Non è riuscito a passarle neanche il T4 da solo, il nostro Unimog: senza noi al traino ha cercato di salire e non c’è riuscito, questo fa capire la difficoltà del passaggio. A quel punto ti chiedi, cosa posso fare ? E di sicuro ti scoraggi un po’. Purtroppo come mi spiegavano anche i ragazzi esperti, in Africa una strada per aggirare le dune puoi anche trovarla, ma qui invece non riesci proprio a passare. Abbiamo chiesto anche ai minatori, in speciale, ma anche loro ci hanno detto che quello era l’unico passaggio possibile. Poi alla fine è saltata fuori un’altra strada che i minatori stessi ci hanno fatto vedere e percorrere. Ed anche questo è uno dei fatti da raccontare”… di questi minatori che aspettano solo di rendersi utili e di straviarsi da una giornata di duro lavoro in miniera..

Tanto dispiacere, ma anche tanto divertimento: “Dispiace per quel poco che caffi con tenda.jpgrestava da fare, per quei venti chilometri impossibili, dopo averne fatti 400…spiace davvero. Però mi sono divertito tantissimo e mi spiace, ma non tanto per me, io sono stato bene,. Per esempio, quando l’altro giorno con il mio copilota, Angelo, abbiamo fatto la tappa tutta da soli (senza la scorta del camion e senza l’altra Panda che aveva avuto un problema meccanico), è stata una soddisfazione enorme, per me la Dakar poteva anche finire lì perchè io ero già contento così: l’uomo più felice del mondo. La nostra gara è durata la metà di quello che prevedevamo ma mi ha fatto vivere tantissime cose belle”.

E il suo pensiero e rammarico va agli amici: “Io sono contento per la mia avventura, ma mi spiace per Giulio Verzeletti, perchè lui ci crede, ci ha messo anima e cuore in questo team, soprattutto a livello economico, e anche Loris Calubini che ci ha messo il cuore per costruire queste macchine – che vanno davvero ovunque – la loro motivazione è stata fondamentale. Quando Giulio mi chiamò per coinvolgermi in questa avventura il suo entusiasmo mi contagiò quasi subito, mi convinse e speravo anche io, come lui, di riuscire ad arrivare.gruppo.jpg Sinceramente mi spiace più per Giulio che per tutto il resto. Per me poteva finire anche dopo il primo giorno perchè mi piaceva già tutto, moltissimo. Quando ho chiamato a casa dopo la prima tappa sembrava che avesse chiamato a casa un reduce della guerra punica…bello, bello, bello”. 

La Dakar raccontata da Alex Caffiultima modifica: 2012-02-17T13:21:00+01:00da elicara
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