Jordi Arcarons, perchè sono tornato

Perchè un pilota come Jordi Arcarons – a 48 anni – torna a correre alla Dakar? Aveva abbandonato le gare nel 2002 e si era messo a fare, con ovvio successo, il team manager. Tra l’altro negli ultimi anni ha sempre seguito la squadra ufficiale Ktm ed affiancato Marc Coma. Poi la sua vita ha preso una piega diversa, e vi spiego perchè.

Perchè un pilota come Jordi Arcarons  – a 48 anni – torna a correre alla Dakar. Aveva abbandonato le gare nel 2002 e si era messo a fare, con ovvio successo, il team manager. Tra l’altro negli ultimi ani ha sempre seguito la squadra ufficiale Ktm ed affiancato Marc Coma. Poi la sua vita ha preso una piega diversa, e vi spiego perchè.

jordi.jpgJordi un po’ di tempo fa ha trovato sulla sua strada Angela, che era la team manager di Laia Sanz. Se non sapete chi sia Laia ve lo dico io: 10 titoli di campionessa mondiale di trial e nove europei. Ha 25 anni ed è di una bellezza straordinaria. Jordi con Angela è diventato il suo team manager e lo scorso anno me la presentò in occasione del mondiale di enduro a Lovere. Mi disse che l’avrebbe portata alla Dakar e che la stava preparando lui, ma non mi disse che anche lui sarebbe stato con lei in gara. Non lo disse perchè non ne era ancora sicuro.

“Non ho potuto farne a meno – racconta sorridendo Jordi. – Quando abbiamo messo in piedi il programma di Laia alla Dakar ci serviva un portacqua per lei, ma in realtà ci serviva molto di più. Avevamo bisogno di qualcuno che la seguisse, che le insegnasse, ma anche che la tenesse a bada, che le dicesse di rallentare se andava troppo forte, che le stesse vicino in ogni occasione. Capisci bene che una persona così non è facile da trovare”. Non è facile no e così a qualcuno, in occasione di una riunione è venuto in mente di dire: “Ma scusa Jordi, perchè non lo fai tu?”

E da lì è cominciata l’avventura che vi faccio raccontare direttamente da lui. La mia prima domanda, al podio è stata : Quanto è stata dura questa Dakar?

“E’ stata durissima, ogni giorno. Il lavoro che sono venuto a fare qui lo sapevo meglio di chiunque altro, e quindijordi.jpg sapevo anche che cosa mi aspettava, più o meno. Ma le difficoltà in realtà si trovano sulle piste. Io non pensavo che sarebbe stato tanto difficile correre partendo dalla ventesima o trentesima posizione”. E già perchè un ufficiale a questo non ci pensa mai, fino a che non lo tocca con mano. “E’ molto più facile correre quando parti nei primi dieci. – prosegue Jordi – Quelli, infatti, vanno a manetta e prendono tutti i loro rischi ben calcolati. Ma dietro, la difficoltà è molto più elevata per i solchi che si scavano, per la polvere. Questo terreno qui in Sud America è molto fragile, è fesh fesh, sabbia: terribile”. E poi gli chiedo, con un pizzico (ma proprio un pizzico!) di provocazione se anche lui era uno di quelli che pensavano che la Dakar in Argentina e Cile fosse più facile che quella in Africa e lui piegando la testa e sorridendo ha ammesso: “Sì, chiaro, lo ero. E invece adesso ho capito che la Dakar è ancora un evento tanto grande e perchè la gara conserva la sua nomea della più estrema del mondo”.jordi laia arrivo.jpg Nel 2002 i suoi ultimi impegni agonistici. “Nel 2002 ho fatto la Dakar, l’anno prima avevo fatto il Faraoni e con la Dakar chiusi la carriera”. E poi parla della scelta di venire a correre con Laia. “Quando abbiamo deciso di fare il team ci mancava una persona da affiancare a Laia. Per lei si trattava del primo anno, non aveva esperienza, era molto importante scegliere bene la persona da affiancarle. Se questa persona avesse fallito e non avesse fatto bene il suo lavoro avremmo messo a repentaglio tutto il lavoro di un anno”. Quando quel qualcuno gli propose di farlo personalmente Jordi disse no “Non sono in forma, non mi alleno da anni”, e gli altri “ma hai un anno per allenarti. Se la motivazione è buona tu in un anno tornerai in forma e potrai correre alla Dakar”. Tutto è cominciato così. “Siamo andati in Marocco pochi mesi prima della Dakar a fare un test e in cima ad una duna mi sono fermato, ho atteso che Laia mi affiancasse e poi l’ho guardata e le ho detto: “Laia, vengo con te”, eravamo in cima alla grande duna di Merzouga ed è lì che abbiamo preso la decisione più importante”. E poi da lì si sono sacrificati e hanno lavorato tantissimo. Però il lavoro di Jordi, la sua fatica, il suo sacrificio sono stati premiati, Laia alla sua prima Dakar ha vinto la classifica femminile e come se non bastasse ha chiuso in 39esima posizione assoluta ! “Claro !” risponde Jordi e poi scende nel dettaglio. “Il grosso del lavoro è stato all’inizio, per far capire a Laia com’era la gara e come si deve andare. Perchè questa è la parte più difficile, uno pensa – parto a manetta e vado sempre al massimo – e invece non c’è cosa più sbagliata”. E da qui sono partiti i consigli: “Se tu non segui il road book – le disse Jordi – tu ti autoelimini. Il road book ti aiuta, ti fa trovare i punti e nello stesso tempo un po’ ti fa rallentare. Inoltre se perdi i wpt incappi nelle penalizzazioni e quindi a quel punto, è inutile che corri tanto se poi quando arrivi al bivacco ti penalizzano e ti danno tanti minuti. A quel punto avrai corso per nulla”. E poi lo stile di guida “Devi guidare rapida, per non perdere la concentrazione, ma non devi cercare il tempo a tutti i costi, non pensare ai minuti e tanto meno ai secondi”. E lui sempre dietro, insieme. “Volevo stare con lei in pista, seguirla, fermarla e darle dei consigli, parlarle, darle istruzioni, una cosa che il portatore d’acqua non avrebbe mai potuto fare”. 

E poi confessa la sua paura: “Fino all’ultimo minuto ho temuto per lei, per la sua mancanza di esperienza. Quando la vedevo andare troppo forte e dentro di me, magari nel fesh fesh, o sulle pietre, o sulle dune, mi chiedevo, e adesso che farà, questo punto come lo passerà?”. E infine: “Le dico grazie per avermi fatto felice. Abbiamo laia.jpgfatto un team molto buono, ben organizzato, e lei ha fatto la progressione che fa un pilota privato che parte come un semplice amatore e finisce come un pilota professionista. Ora Laia pensa al prossimo anno, per migliorare il risultato e questo vuol dire che dovremo fare un allenamento più preciso, per farla andare più veloce e più sicura”. Una bella, nuova, sfida, ma sono certa che Jordi ha già tutto ben in mente !   

Una cosa importante: questo successo appartiene anche all’Italia. La moto è stata preparata in Italia e il kit che è stato utilizzato è quello messo a punto da Boano – Roberto me lo aveva confidato con un pizzico di soddisfazione e timore all’inizio – e quando lo dico a Jordi chiedendogli perchè avesse scelto questo kit lui mi dice “Perchè era quello che mi dava più affidamento”. Vero !

Jordi Arcarons, perchè sono tornatoultima modifica: 2011-01-19T20:15:00+01:00da elicara
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